2.
new york - baltimore
Sì sei partita. Però dopo la prima euforia mi scontro con
molte difficoltà. Anzi a dire il vero ne sono successe già
di tutti i colori. Mi sembra di essere dentro un film, e forse come spesso
accade, nemmeno la fantasia più sfrenata può emulare le
imprevedibili bizze della realtà.
Sono in mezzo a uno
psicodramma, dalle mille sfaccettature, a volte tragiche, a volte violente,
a volte comiche, altre volte tenere. Sono a Baltimora con i due galleristi
americani. Che tipi.
Arrivata a New York ho incontrato Jeffrey (il più grande dei due),
che mi ha chiesto di andare con loro a Baltimora per aiutarlo, pagata
e spesata, in una fiera che deve fare con l'altra sua attività
di design di vestiti da lui creati. Visto che è difficile comunicare
con loro e visto che sarebbero dovuti stare via da New York per alcune
settimane, ho deciso di andare, anche perché così abbiamo
tempo per parlare della mostra, dei soldi che mi devono e di altro. Era
venerdì scorso, il giorno dopo che ero arrivata a New York dall'Italia.
La fiera cominciava martedì. Mi avrebbero telefonato per dirmi
quando partivamo.
Per tutto il week end non sento niente, e mi sento un po' depressa, non
riesco a programmare cosa devo fare, loro sono irreperibili. Poi mi chiamano
alle 7 di sera di lunedì dicendo che sarebbero passati a prendermi
in un'ora. Uffa che stress, faccio le valigie in un secondo ( sono arrivata
dall'Italia con un sacco di roba e devo dividere i bagagli), e dopo mille
telefonate per dirmi che arrivavano dopo mezzora, arrivano all'una e mezza
di notte. Allucinante. Ma era successo così anche quando dovevamo
andare a fare la fiera di Scope ad Hamptons a luglio.
Che tipi. Arrivano con una macchina piena di roba e con uno stralunato
rimorchio tipo roulotte con dentro di tutto. Ci avviamo così per
le strade notturne di Manhattan, con davanti a noi 3-4 ore di viaggio
per Baltimora.
Dove mi sono cacciata ho pensato. Arrivo dall'Italia per fare una mostra,
e sono qui a passare in bianco la notte per andare a Baltimora a fare
una fiera di design. Mah, mi sento un po' triste e sola.
Ormai
loro li conosco però abbastanza bene, ho fatto con loro la mostra e la performance
al Sofa di New York lo scorso maggio e tutto era andato strabene: mi avevano
pagato l'aereo per me e Raymonda (che faceva le riprese alla performance)
e avevano già venduto un mio video a 5500 dollari. Già però
avevo potuto vedere il loro carattere. Sono una coppia di gay di cui il
più grande (sui 35-40) è quello che paga e ha un'altra attività
di design di abiti suoi, mentre il più giovane, 28 anni, è
la mente, geniale per l'arte e ottimo venditore, ma totalmente viziato
e mantenuto dall'altro. Già al Sofa ho visto che sono onesti e
simpatici ma stracasinisti. Tutto all'ultimo momento. Ma poi hanno risolto
tutto.
Poi sono ritornata a New York a luglio, a fare Scope Hamptons. E sembrava
di essere in un film, in 5 in una stanza di albergo tutti insieme, per
montare la mostra dovevano passare a prendermi a NY alle 10 di mattina
e sono arrivati alle 7 di sera, siamo arrivati a South Hamptons alle
10
e abbiamo montato lo stand durante la notte, ma il giorno dopo erano
super efficienti e per me era come un sogno: avevo molti video e lavori
esposti,
due galleristi che promuovevano il mio lavoro, mille apprezzamenti e
musei interessati, e nel frattempo io e l'altro artista ce ne stavamo
nella
piscina dell'albergo tutti spesati
un sogno americano. Ma già i
rapporti tra loro due erano strani. David, il giovane, faceva la star,
stressando Jeffrei per ogni cosa. Ma il casino arriva dopo.
Torno in Italia, con programmata la personale da loro a gennaio, Scope
a Londra e molto altro. Ma da quel punto qualcosa si inceppa. Nessuno
risponde più alle email, e solo quando vado a Londra a esporre
a Scope con la loro galleria, scopro cosa stava succedendo. I due galleristi
non c'erano, avevano mandato a Londra un'assistente e l'altro artista
che esponeva con me. Il problema era David. Dopo Hamptons è caduto
in una grave malattia di nervi, dove alterna pazzia e depressione. Non
si è più occupato di nulla, e non è più andato
in galleria. Il suo partner gira l'america a fare fiere con l'altra sua
attività di moda, la galleria è aperta ma nessuno la segue,
solo un'assitente giovanissimo che garantisce l'apertura. Riesco con difficoltà
anche a comunicare al telefono con loro. Nei rari momenti in cui riesco
a sentirli, vengo finalmente a sapere che la mia mostra in galleria è
spostata ad aprile. Ma dall'Italia io continuo a chiedere cose più
certe e non arriva risposta. A marzo avrebbero dovuto partecipare a Scope
New York, ma anche di quello non riuscivo ad avere conferma. Ed è
con questo spirito che sono partita, con i piani di avere la personale
in galleria ed esporre a Scope ( e con l'obiettivo di avere finalmente
tutti i soldi che mi devono del video venduto), ma ben sapendo che erano
nei casini più totali, perché David entrava e usciva dall'ospedale.
Ho potuto conoscerlo quando stava bene, ed è un vero talento, mi
dispiace vederlo così, e ora che sono a Baltimora con loro tocco
con mano cosa sta succedendo.
Dunque in questa situazione arrivo a New York. La mia scelta di venire
qui per tre mesi è rischiosa, ma è l'unico modo per capire
la situazione, e per prendere nuovi contatti. A New York e cerco Jeffrey
che riesco a incontrare in galleria, dopo otto telefonate almeno (sto
arrivando, no sono lì tra un'ora, tra poco arrivo, scusa altri
20 minuti
) la situazione che mi spiega è complicata. David
non sta dietro alla galleria e alle vendite da sei mesi, e lui non sa
se riusciranno a tenere ancora aperta la galleria con gli affitti stratosferici
di Chelsea, se David non si rimette. Per questo non mi rispondevano mai.
Sono loro stessi allo sbaraglio. Molto dipende da David, e David sta male
e non fa più nulla. Poi Jef mi propone di andare con loro a Baltimora
ad aiutarlo pagata e spesata, in una fiera di design artistici che deve
fare con i vestiti. Ed eccomi qui.
Non riesco a descrivervi il viaggio per arrivare a Baltimora. È
stato un incubo totale. Mi sono spaventata a morte. Dall'una e mezza di
notte che siamo partiti, siamo arrivati a Baltimora a mezzogiorno del
giorno dopo. Un trauma. Abbiamo passato il viaggio fermandoci ogni mezz'ora
a ogni autogrill perchè loro continuavano a discutere e litigare.
David ha fatto una scena isterica di nervi e voleva scendere dalla macchina
in piena autostrada, era fuori di sé, ho avuto paura, continuava
a cambiare idea, loro continuavano a litigare, e le ore passavano.. David
si impunta scende a un autogrill dicendo che voleva dormire lì
e tornare a New York, Jeffrei prosegue perché deve montare lo stand
entro le 10 della mattina dopo (sono già le 6 di mattina, la situazione
è irreale, odio queste autostrade, mi sento intrappolata, ho un
sonno da morire..), facciamo 50 chilometri, David telefona per 30 volte
disperato dicendo che vuole venire con noi, Jeffrei alla fine torna indietro
a riprenderlo. Io che mi trovo a fare la paciera della situazione, e la
psicologa. Jeffrei è stressantissimo, David non ragiona. Sono già
le 8 di mattina. Riproseguiamo il viaggio in tre. Jeffrei non ce la fa
più a guidare, David sta male, mi affidano la macchina a me, che
fatico a guidarla ( cambio automatico, strane leve) e con il rimorchio
pesantissimo che traballa
non ho mai guidato con un rimorchio grande
e pesante
guido per 15 minuti con uno sforzo terribile di concentrazione,
vado bene, ma ho paura, anch'io sono stanca morta, Jeffrei dorme nei sedili
di dietro in mezzo alle scatole. Decido di fermarmi a un autogrill. Mi
rifiuto di andare avanti a guidare. Ci fermiamo un'ora a dormire. Sono
già le 9. La giornata di fiera è saltata. Arriviamo a Baltimora
a mezzogiorno come cadaveri. Mi arrabbio con me stessa per essere venuta
qui. Ero partita dall'Italia per fare una mostra
e passo la notte
in bianco negli autogrill americani, ad assistere a scene assurde. Dormiamo
in albergo qualche ora, poi ci tiriamo su dal letto e cominciamo a montare
lo stand, che praticamente è un'architettura completa. Non basta
un'ora per tirare giù le assi e gli attrezzi dal rimorchio. David
è rimasto in albergo, io e Jeffrei come zombi lavoriamo. Mi metto
a piangere. Senza dormire il mio corpo non resiste, la pressione scende
e mi sento male. Io a mezzanotte vado a dormire, Jeffrei passa la notte
a montare lo stand.
Alla mattina successiva sono io che mi sveglio e vado in fiera ad aprire
lo stand. Jeffrei è fuori uso. David catatonico. Dormiamo nella
stessa stanza (due grandi letti, per fortuna), e assisto a una litigata
dove si tirano addosso gli spaghetti al pomodoro. Dico a Jeffrei che
il
giorno dopo avrei preso il treno e sarei tornata a New York, ma intanto
vado in fiera (ma mi pagheranno? Mi chiedo).
E'
incredibile. Sono sola nel suo stand di vestiti giacche impermeabili
e pellicce, e devo
spiegare in inglese dettagli e materiali che non so nemmeno in italiano!
E poi qualcuno vuole comprare e lui non mi ha spiegato come funziona
qui
con la carta di credito! Lui ha montato tutta notte e sta dormendo, senza
rispondere al telefono
devo inventarmi tutto
Sono passate alcune ore, e mi sto quasi divertendo. E' buffo vedere
come comprano gli americani. Hanno un altro concetto di acquisto. Non
cosa
gli piace, ma cosa gli serve. Sembra che per la maggior parte di loro
i prezzi non importano, ma se qualcosa gli piace e corrisponde a ciò
che gli serve, la vogliono avere. Ed è facile che gli piaccia tutto,
anche le cose più orribili. Davvero il nostro gusto, come europei
e ancor più come italiani, è molto più raffinato
ed elegante. Qui guardano molto la praticità e la funzionalità,
e sono attratti dai miscugli di stili come macedonie. Però quello
che mi piace è che sono sempre allegri. E loro adorano il fatto
che sono italiana, suona così 'esotico' (uno mi ha detto) ed è
sinonimo di buon gusto. Un'altra cosa interessante è che non c'è
nessuno che, quando sa che sono italiana, non mi dica: 'ma cosa ci stai
a fare qui, dovresti stare in Italia alle olimpiadi! E' incredibile quanta
eco abbiano qua le Olimpiadi, televisioni accese in ogni bar e in ogni
hotel, il giornale con miriadi di inserti sulle olimpiadi. A occhio e
croce, mi sembra che ci sia più interesse qui che in Italia, più
quantità mediatica. Ma mi posso sbagliare, perché sono
qui, e non in Italia per verificare.
Stasera
sono distrutta. Ieri 12 ore di fiera con orde di donne assatanate che
volevano comprare
(tutto costava dai 900 dollari in su e quasi nessuno batteva ciglio..).
Oggi abbiamo finito alle 6 ma sono stanca morta. Non un attimo di pace,
e poco sonno. Sono un po' triste, mi domando cosa faccio qui. La galleria
senza David non si sa se riesce a continuare, Jef però lo vorrebbe
e cerca un nuovo socio. Così ho deciso comunque di approfittarne
prima che chiuda, e gli ho chiesto di fare la mostra subito a marzo, che
cominci durante i giorni dell'Armory Show. La cosa non sarebbe male, a
parte il fatto di dover preparare tutto in una settimana, e che loro non
saranno a NY (altra fiera di design di Jeffrey) ma ci sarà solo
il giovane assistente della galleria. Ma la mostra si potrà fare
solo se la galleria non chiude improvvisamente, e questo sembra che si
saprà lunedì quando torniamo a NY.
La
situazione è
sempre più complicata. La cosa che mi piace però è
che adorano il mio lavoro e lo hanno mostrato a chiunque (ogni persona
che mi hanno presentato da quando li conosco ha visto i miei video e mi
accoglie con aggettivi di supergradimento), e un'altra potenzialità
è che sono tutti e due molto intelligenti e ottimi venditori. Staremo
a vedere. Se Jef trova qualcuno che segue la galleria e resta aperta non
sarebbe male. Avere una galleria a Chelsea che ti rappresenta a New York
è buona cosa. Anche se loro sono casinisti, non avrei tanta voglia
di cercarne un'altra. Ma le cose potranno accadere anche da sole. Nei
due giorni che sono stata a NY prima di venire qui a Baltimore sono andata
con Amanda ad alcune inaugurazioni e mi sono trovata a un bellissimo party
di artisti e critici, molto divertente e interessante (mi hanno già
scritto per mail molti. Uno mi ha anche aggiunto nel suo blog - vi inoltro
il file, è divertente).
Qui
a Baltimora ho occasione di vedere un pezzo di america più reale di quello di
NY. NY è unica, raccoglie gente di tutto il mondo e dai mille interessi,
che si raduna lì per trovare il meglio, per cui l'atmosfera è
così frizzante e internazionale. Qui c'è l'americano reale,
molto scherzoso, a volte superficiale, piuttosto efficiente, sempre gentile.
Sembra che Baltimora sia una delle città più violente degli
Stati Uniti. Ma io non me ne rendo conto, vado in fiera alla mattina,
torno in albergo alla sera. Andiamo a cena fuori in bei ristoranti. Questo
è tutto. Stasera sono stanca, non ho voglia di andare a cena fuori.
Magari vado a farmi una nuotata (questo albergo sembra una città.
Nei suoi 10 piani ha anche la palestra e la piscina). Ma sono davvero
dall'altra parte dell'oceano?
Oggi è l'ultimo
giorno. Sono sempre più stanca, la settimana è stata massacrante.
Ed io che volevo andare in vacanza in Messico! Ne avrei un bisogno fortissimo,
che aumenta con il crescere della stanchezza. Non ho nemmeno voglia di
tornare a NY, con il suo freddo, il suo frastuono e le sue camminate.
E' più di un anno che tiro la corda, sto attenta a non spezzarla.
Fortunatamente conosco il mio corpo, e cerco di dormire parecchio (David
sta a letto in albergo tutto il giorno e la notte fa casino, Jeffrei
non
riesce a dormire e il giorno dopo in fiera collassa, io fortunatamente
crollo di sonno e dormo come un ghiro anche in mezzo a una tempesta).
In questi giorni mi sto anche affezionando a loro. Sono aperti e trasparenti
e a volte indifesi come bambini, altre volte ritornano in una dimensione
normale, efficiente, interessantissima. Non si fanno scrupoli di mostrare
i loro sentimenti, le loro difficoltà, le loro paure, la loro allegria.
David a volte mi fa tenerezza, ho imparato a volergli bene, a volte mi
sembra così fragile, altre volte fa andar giù di testa,
è ultra teso, dice 70 mila parole al minuto ed emana un'energia
molto negativa (che fortunatamente sono riuscita a contrastare con molta
molta calma e pazienza. Se mi lasciavo andare anch'io alla rabbia o all'impazienza
era finita). Ho scoperto che è un figlio adottivo, e che la sua
madra adottiva è morta 2 anni fa. Si vede bene dal di fuori che
ha bisogno di sentirsi amato, e per questo tiranneggia Jeffrei mettendolo
alla prova e chiedendogli le cose più assurde, che lui, non senza
litigare e discutere, prima o poi gli concede. Sono una starna coppia.
Mi sembrano più come fratelli che amanti, non c'è niente
di erotico, ma un morboso e viscerale attaccamento in cui ognuno ha bisogno
dell'altro. Sono certa che in questi giorni la mia presenza gli ha fatto
bene. Jef non ha fatto altro che chiedermi consigli, su David e su come
fare a continuare la galleria. Che situazione strana. Vengo a NY per fare
una mostra, e mi trovo a fare la psicologa e la standista.. che strana
la vita. Così strana che mi domando davvero cosa succederà
nei prossimi giorni ( dovrò trovarmi una stanza a NY e non ne ho
la minima voglia..uno stress, cercare nei siti, andare a vedere le situazioni,
i prezzi sono stratosferici
).
Oggi
la fiera è
finita. Ieri ho lavorato 13 ore, dopo la fiera abbiamo smontato lo stand
(fortunatamente c'erano un po' di altre braccia che aiutavano, perché
io non riesco e non voglio fare sforzi pesanti, specie quando sono stanca).
Ora sono nella hall dell'albergo a scrivere, finalmente un po' di pace.
Non vedo l'ora che questa storia sia finita. C'è ancora il viaggio
di ritorno in macchina col rimorchio (impiegheremo ancora 12 ore??..),
e sono un po' tesa. Naturalmente non so a che ora partiremo. Io ho fatto
la mia valigia stamattina e li ho lasciati nel casino delle loro tremila
valigie sacchetti pacchettini, 4 portatili, stampanti, ufficio, vestiti,
scarpe ovunque.. non voglio essere in camera mentre fanno le valigie,
c'è troppa confusione. Io sto qui a scrivere, col mio computer
in linea e con una bella musica di sottofondo, nell'albergo davanti una
vetrata. Ora sono già le due. Non è che ho fretta. Mi fa
piacere prenderla con calma e stare qui a scrivere e a guardare le mie
mail. Spero solo che non partiamo alle10 di notte..
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